Dopo quasi tre anni dalla nascita dell’Associazione, si sono maturati i tempi perché si potesse effettuare il primo viaggio in Kosovo, sulle orme di quanto fatto dai nostri ispiratori Don Sandro e Vanda Sciaboletta.

Le tappe e gli incontri sono stati preparati con impegno e massima cura dalla nostra socia dott.ssa Alketa Spahiu, tessendo e rinsaldando i rapporti con quanti hanno conosciuto a vario titolo Don Sandro dal 1999, anno dei suoi primi incontri con questo giovane e gentile paese.
Il 17 giugno siamo partiti (il presidente dott. Paolo Loreti e il consigliere sig. Angelo Tramontana) per Tirana dove siamo stati accolti da Alketa e il sig. Ali Nikolla, dipendente della Direzione della Cultura Sport e Giovani del comune di Ferizaj una delle prime persone aiutate da don Sandro.

Il desiderio di questo viaggio era nato dall’esigenza di ascoltare, vedere e capire. Con Ali é stato da subito un tuffo nel passato con i ricordi e la gratitudine che ha per Don Sandro al quale riconosce il titolo (spesso pronunciato dagli amici kosovari) di “grande umanista”; si capisce il senso di questo titolo: un innamorato dell’umanità soprattutto quella in difficoltà.
Il programma, spalmato in tre giorni, sempre coadiuvati da Alketa e Ali, prevedeva vari incontri: ricorderemo qui quelli che rappresentano meglio il filo conduttore di questo viaggio.

Abbiamo incontrato il KFOR (di stanza a Pristina) ovverosia il contingente italiano in Kosovo costituito prevalentemente dall’Arma dei Carabinieri, per rinforzare un legame che parte da molto lontano e che l’Associazione ha già ripreso con la consegna nel febbraio u.s. di beni di prima necessità. Il KFOR aiuta regolarmente diverse famiglie bisognose (per questo percorrono circa 3000km a settimana) e ci siamo accordati per la raccolta e l’invio di specifico materiale in un prossimo futuro.

Siamo stati ricevuti il secondo giorno dal Sindaco di Ferizaj dott. Agim Aliu e dall’assessore alla sanità. Il sindaco ha sottolineato le tante e puntuali azioni passate svolte da don Sandro, in quanto hanno lasciato un segno nella storia recente di Ferizaj e rappresentano uno stimolo che alimenta la solidarietà e trasforma la coesione sociale. Ha ribadito che vuole intitolare a Don Sandro a breve una piazza e si preoccuperà di avvertirci a tempo debito per poter essere presenti.
Nello stesso giorno abbiamo incontrato i componenti della Caritas di Ferizaj e, in particolare, la comunità rom Ascali della frazione di Dubrovë alla periferia della città; è stato un incontro toccante perché nella casa “Qendra Mesimore Sociale Edukative” (Centro di Apprendimento Sociale e educativo) costruita con i contributi della Parrocchia di Santa Maria Regina e quello importante della CEI) l’accoglienza dei bambini, i ragazzi e degli operatori del centro è stata calorosa, riconoscente e affettuosa. Ci ha dato il benvenuto una poesia in rima Kosovara letta da tre bimbe più grandi (circa 10anni) e un saluto in coro dei più piccoli (intorno ai 4 anni). Abbiamo recepito le loro problematiche e bisogni molto simili a quanto già il KFOR ci aveva già reso noto come necessità generale delle famiglie più deboli del Kosovo: qui, tali difficoltà sono più importanti e manifeste.



Al termine l’ing. Visar Krelani (uno dei giovani che sono venuti a studiare in Italia e che ora è al centro della UBT Higher Education Institution, Facoltà di Ingegneria Civile di Ferizaj in qualità di docente in più discipline) ci ha invitato a pranzo. Vogliamo menzionare questo incontro perché con lui è stato possibile analizzare in modo più profondo, cosa ha suscitato il rapporto tra don Sandro e il Kosovo, con particolare riferimento ai giovani studenti che hanno potuto terminare gli studi in Italia: oltre quest’ultimo aspetto, Visar ha sottolineato l’aiuto all’approfondimento del rapporto con Dio nella propria vita, quanto questo sia stato capace di dare senso ai rapporti nella sfera più intima ma anche a livello relazionale e sociale. Per Visar, e per tanti altri come lui, è l’eredità più importante che rimane, visibile sia in chi è rimasto in Kosovo sia in chi ha deciso di vivere la propria vita nel resto d’Europa.
Il Dipartimento della Cultura, l’ultimo giorno, ha organizzato un incontro con le famiglie di ex-bambini e/o giovani curati e guariti negli ospedali italiani. Emotivamente è stato il momento più difficile ma allo stesso tempo ci ha riempito il cuore: sembrava di conoscere i partecipanti da sempre. Qualche nome ci tornava alla mente perché menzionato da don Sandro al ritorno dei suoi viaggi in Kosovo o perché ci raccontava dei ricoveri ospedalieri ottenuti. Il legame creato da don Sandro e Vanda è qualcosa di ereditario, capace di tessere rapporti anche con chi, come noi, non è mai stato in Kosovo.

Quanto ci eravamo prefissati all’inizio del viaggio è andato ben oltre le nostre aspettative: effettivamente abbiamo ascoltato il loro immenso grazie e i loro dolori passati e presenti, abbiamo capito di cosa hanno bisogno e di come deve essere donato concretamente l’amore e, infine, abbiamo visto sulla nostra carne e sulla loro, cosa può fare l’amore donato, quali effetti sociali può avere.
Quello che ci portiamo via dal viaggio in Kosovo è la percezione di un popolo vivo, dinamico, resiliente e che sembra abbia trovato una identità che potremmo sintetizzare così: il tempo di oggi è quello del “non più accontentarsi” di un intervento a posteriori. Un pensiero di don Tonino Bello spiega meglio questo concetto: “E allora è necessario che egli (il popolo Kosovaro e noi che desideriamo essere loro vicini n.d.r.) ami prevedendo i bisogni futuri, pronosticando le urgenze di domani, intuendo i venti in arrivo, giocando d’anticipo sulle emergenze collettive, utilizzando il tempo, che ordinariamente si spreca nel riparare i danni, a trovare il sistema per prevenirli”. Lavorare, giocare in anticipo per costruire pace, per costruire futuro.
Grazie Kosovo