Il Progetto Kosovo nel tempo, Giugno 2006

Sono appena tornato da un viaggio in Kosovo. Soltanto una manciata di ore mi separa da quel paese, e già ne sento la mancanza. Questo per dire quale impressione abbia lasciato su di me, e per dire anche come sia difficile, così a caldo, parlarne. Pertanto mi limiterò a raccontare alcuni eventi, scegliendoli fra tanti, a rifletterci un po’ su, seguendo il filo di una idea che si sta formando nel mio animo, in profondità, là dove tante certezze diventano domande, e dove le domande non trovano, spesso, risposta.
Anzitutto, gli eventi, quelli principali. Ho seguito un sacerdote, Don Sandro Sciaboletta, il parroco di Santa Maria Regina, che molti ternani certamente conoscono, in questo viaggio. Ed in questa occasione ho potuto fare la conoscenza di altre persone, l’assessore alla cultura Sig.ra Alida Nardini e il capo gabinetto del sindaco di Terni, Bruno Semproni, in rappresentanza dello stesso sindaco e della città diTerni, poi un amico e collaboratore del parroco,Alberto Micheletti, infine da Chiampo, dove lavora il dott. Paolo Foglia, pediatra che già è venuto alcune volte a Ferizaj e conosce molto bene la situazione sanitaria del paese, due insegnanti, Rita Foglia e Faustina Schiavo, della scuola di Nogarole, piccolo Comune nel Vicentino, nella quale hanno elaborato un progetto educativo per il villa ggio rom di Dubrowa. Chi conosce don Sandro, sa molto bene quali sono i fili che lo legano a quella regione balcanica e sa altresì che la città kosovara di Ferizaj e Terni sono gemellate, gemellaggio suggellato anche da una vista del presidente Ibrahim Rugova, a Terni nel 2003 per ricevere il Premio San Valentino. Per chi, invece, non ne fosse a conoscenza, sarà sufficiente dire che, da alcuni anni, don Sandro ha intrapreso diverse iniziative per venire incontro alle maggiori difficoltà, ai problemi, alle sofferenze di questa popolazione. La principale: accogliere in Italia bambini ammalati che nel loro paese non possono essere adeguatamente curati, per mancanza di mezzi, di strutture o di personale medico specializzato: aiutare circa 60 famiglie che vivono in estrema povertà; sostenere, in vari modi, la ristrutturazione dell’ospedale di Ferizaj, portando anche diversi strumenti sanitari dismessi dai nostri Ospedali, ed infine promuovere attività per consentire a giovani e ragazze kosovare di studiare in Italia.
Questo viaggio, ultimo di tanti altri, ha interessato la settimana dall’11 al 18 di giugno. Personalmente, non ero mai andato in quel paese, di cui ignoravo quasi tutto. Sapevo solo, ma in modo frammentario, della dura guerra, della liberazione – avvenuta nel 1999 – e immaginavo una realtà difficile, almeno per me, da interpretare, ma certamente povera, almeno a livello materiale. Ho trovato una conferma, certamente, ma in un contesto diverso da quello che mi attendevo. C’è sempre uno scarto tra ciò che si immagina e la realtà. Per il Kosovo, questo è ancor più vero. Valga per tutte un’immagine: le strade sono ancora in gran parte dissestate, vi sono buche ed è a volte arduo viaggiare in auto. Ma, intorno, in una natura e in una cornice di monti che pare, a tratti, incontaminata, e che ricorda molto l’Umbria, si vedono qua e là tante case nuove, alcune (anzi, molte) in costruzione, e vi sono giardinetti e persino orti. La triste, dolorosa condizione politica di questo paese è – invece – rammentata, è raccontata dalle case distrutte, smembrate, bruciate, che appaiono in alcune zone, ai margini di strade o di boschi, insieme a tumuli, a croci, a monumenti che ricordano i tanti caduti. Vi sono tombe non lontano dai giardini, o dai bordi delle vie.
E’ proprio in questo contesto che si inserisce – e mi apparirà chiaro col trascorrere dei giorni – l’azione di don Sandro, cui si è aggiunta quella dei comuni di Chiampo e Nogarole. Vi è un rapporto stretto, vi è una dipendenza dalla situazione politica ed economica, ancora ‘in fieri’, ancora sospesa all’ incertezza degli eventi, che genera la povertà e la scarsità delle infrastrutture. Vi è quindi un bisogno, qualcuno dirà un’emergenza, per cui questa gente che vive qui, soprattutto le persone più umili, più degradate, hanno estremo bisogno di cura, di assistenza sanitaria e anche culturale.
Lo spiegherà, in modo molto semplice, molto diretto, senza nessuna formalità, lo stesso presidente del parlamento del Kosovo, Kole M. Berisha, che ci ha ricevuto, dopo che il giorno prima eravamo stati ricevuti dal Vice Primo Ministro del Governo e successivamente dal dott, Patric Mura dell’Ambasciata d’Italia a Pristina. Le sue parole sono state: “Voi siete entrati in una parte della nostra storia, e lo fate al meglio, aiutando la nostra gente. La causa umanitaria è, oggi, in assoluto la più importante.” Aggiungerà poi: “Non trovo nel mio vocabolario una parola appropriata, per dirvi ‘grazie’.”
Quest’uomo, che dice queste cose, seduto accanto a noi, ha vissuto per lungo tempo in carcere, in isolamento, ed è stato torturato dai serbi. Il suo volto è provato. Nella sua voce c’è una sincera commozione, che si manifesta anche dalle lacrime che solcano il suo viso..
Tutto ciò aiuta a spiegare, penso, un avvenimento che sarebbe, altrimenti, difficilmente spiegabile.
E a questo punto devo dire una cosa, che nemmeno io sapevo, quando sono partito in compagnia di don Sandro. Semplicemente non me ne aveva parlato. Il mio amico parroco è qui, nella città di Ferzaij, per ricevere la più alta onorificenza che un cittadino – cittadino di un altro paese – possa desiderare o immaginare: la cittadinanza onoraria, la consegna simbolica delle chiavi della città.
Ho domandato, per pura curiosità se altri italiani l’avessero avuta, e la risposa è stata: no. Perchè? – avrei voluto domandare – ma ho taciuto. Sapevo già la risposta.
Aggiungo – per essere del tutto sincero – che ci è voluto del tempo, per realizzare la portata di questo evento. Ad esempio, non avevo compreso che la giunta comunale, che aveva preso questa iniziativa, è composta da soli musulmani e che lo stesso sindaco è musulmano. Musulmani che conferiscono la più alta onorificenza ad un cattolico, ad un parroco!
Spesso noi pensiamo al tempo, e allo spazio, come ambiti fisici, dove si svolge la nostra vita. Ritengo – e certo non sono il solo a pensarlo – che siano molto di più. Essi sono – ne sono convinto – realtà essenziali, ultime, della nostra condizione di uomini creati. Cos’è dunque questo tempo, questo luogo – mi sono domandato, a partire da questa esperienza in Kosovo – Cos’è questo incontro, in una società che separa rigidamente le confessioni, le etnie, e spesso – purtroppo – le oppone, sino alle violenze e alle nefandezze che tutti sappiamo? Perché, allora, questi sguardi che si aprono, si illuminano, queste strette di mano? Sento – oscuramente – che dietro la stretta di mano, di un musulmano, in questo preciso contesto, c’è come un sigillo, un patto.
Quando ho percepito questo, mi si è stretto il cuore. Com’è facile, come sarebbe facile, sorridere, porgere la mano! Ma come, paradossalmente, è difficile, in particolari situazioni!
Allora, quando accade, là dove si accaniscono miseria, guerra, ignoranza, discriminazione , com’è bello, com’è stupendo! Possiamo dire anche così: il male non lo possiamo evitare, a volte. Ma possiamo salvare qualcosa, qualcosa di profondo.
Proprio due giorni dopo la visita al presidente del Parlamento, siamo andati al Villaggio di Dubrowa, alla periferia di Ferizaj, molto povera. E’ da lì che provengono alcuni di quei bambini, che la stessa povertà predispone a certe malattie a certe malformazioni. Siamo stati assaliti, letteralmente. Don Sandro compariva, poi scompariva -ora qua, ora là – e ogni volta aveva in braccio un bimbo. Uno di loro, Amir Kadrolli, di 4 anni, non aveva praticamente un cuore nel vero senso della parola. In Italia, nell’Ospedale Pediatrico del Bambin Gesù, una equipe medica specializzata, glielo ha ‘ricostruito’, in un lunghissimo intervento. Un altro,Ibrahim, aveva gravi problemi nell’apparato urinario. Anche in questo caso, un intervento specialistico presso l’Ospedale di Vicenza, lo ha guarito da questa malformazione. E tanti altri casi simili o anche di più gravi patologie mediche, come la leucemia.
Anche a me, molti bimbi si sono aggrappati. In particolare una, non mi lasciava la mano, mi difendeva come suo possesso. Voleva, esigeva una foto: lei ed io! Scalciava via chi voleva intromettersi. Devo dirlo, devo confessarlo: credo di non avere mai provato, in mezzo all’amarezza, anche tanta gioia. Forse, ho pianto. Un musulmano anziano si è avvicinato, e mi ha domandato la ragione. Non so cosa gli ho detto, ma lui a un certo punto mi ha dato la mano, e poi ha aggiunto: “siamo essere umani, tutti, tutti discendenti dal primo uomo, Adamo, ma qui, particolarmente qui, ce ne scordiamo.”
Temo di aver detto troppe cose, tante ne avrei da dire, su questa questione, che mi sembra cruciale.
Soltanto un altro esempio: il penultimo giorno siamo andati in un palazzetto dello sport, che ha il nome di Bill Clinton, per vedere una partita di basket, giocata da ragazzini di 13-14 anni. Poi abbiamo mangiato insieme una pizza. E ad un tratto mi sono accorto che eravamo, attorno al tavolo, cattolici, musulmani, e un ortodosso (l’allenatore di basket). Ho detto, mi pare, che era una cosa bella, una cosa speciale. A parte il fatto che ho fatto confusione; Ali, che io ritenevo musulmano, a causa del nome, era invece cattolico. Insomma, comunque era anche quello un segno
Chiedo scusa, devo fare un altro esempio: il direttore dell’ospedale, il dr. Mufail, è musulmano. Don Sandro gli ha consegnato una discreta somma, a nome dei cittadini di Terni, per l’ospedale e le attrezzature sanitarie. I cittadini di Terni sono cattolici, si presume. Sarebbe corretto, sarebbe normale che qualcuno si lamentasse, per il fatto che la somma è stata destinata ad un ospedale diretto da un musulmano, anzichè da un medico cattolico?
Altra annotazione: la maggior parte dei bimbi poveri, che vengono curati in Italia, sono ascali – rom. Per essi il Sindaco Graincha, ha scelto e nominato un vice sindaco che sia attento ai problemi delle minoranze etniche. Capito bene? Il sindaco, musulmano, punta anche lui l’obiettivo sul tema cruciale della diversità, del pluralismo, sia religioso che etnico, e non si serve dello zoom, ma usa il grandangolo, per vedere più in là, per andar oltre l’orticello, perché le ferite e gli errori (tutti ne commettono!) servono a questo, a evitare altro odio, altra violenza inutile.
Ma i militari, le truppe, i contingenti, dei vari paesi, tra cui anche il nostro, che stazionano nei diversi punti caldi del paese, cosa ne pensano? Questa sì, che è una bella domanda! Quanto alla risposta, beh non è tanto semplice ottenerla. Comunque, ci abbiamo provato. Così, un bel giorno siamo partiti, in direzione del Villaggio Italiano, dove sono sistemati i nostri soldati. Il villaggio, ovvero la struttura militare, è situato a ovest, dove sono le alpi kosovare, dietro le quali c’è il Montenegro. Alla guida dell’auto, lungo queste strade che – come ho detto – sono un pochino dissestate, c’era il buon Afri, che guida come se fosse sul circuito di Imola. Lui, se vede avvicinarsi una buca, non la evita, ci vola sopra! Nel frattempo, ci racconta che, prima della guerra, lavorava come molti in Germania e, saputo del conflitto, è corso in Kosovo per arruolarsi e combattere i serbi. In uno scontro è rimasto gravemente ferito, poi si è ristabilito, ed eccolo qui, a farci da autista – ovviamente svolge anche altre mansioni. Arriviamo comunque, e siamo accolti da uno scenario da fiaba, che non ci aspettavamo. Dietro il villaggio si stagliano le alpi kosovare, contro il cielo, nel verde variegato dei boschi. Quanta pace! E davvero, come può un paese come questo ispirare pace, e sembra che un altro mondo sbocci tra le rovine del vecchio! Ci sarebbe tanto da riflettere. Ad esempio, in un altro percorso, mi pare in direzione di Zym, il giorno del Corpus Domini, sono rimasto quasi folgorato dall’apparire inaspettato di una valle, aperta, soleggiata. Le nubi e il sole creavano un effetto che non so come descrivere. La luce silenziosa scendeva su pergole di viti, su campi rossicci e verdi, ed io balbettavo un ringraziamento: Signore, che luogo benedetto! Tanto, per dire i paradossi di questo paese. Il villaggio di militari era ermetico. Per entrare, bisognava passare ai raggi x! Controlli, poi ancora controlli. Poi, alla fine, siamo stati accolti dal Maresciallo Teofilo del Servizio Sanitario dell’Esercito e ci siamo seduti ad un tavolo. Il colonnello non era presente e lo avremmo incontrato più tardi; si chiama Vivaldi, è di Perugia! Si parla, in sostanza, della possibile partecipazione dei militari agli aiuti umanitari. Si cercano soluzioni tecniche, poiché ogni contingente è responsabile e risponde della sua area, e non ci possono essere ingerenze in aree sotto tutela di altri contingenti. Mi sembra di capire che, da parte nostra, viene un suggerimento a cercare spazi altri, spazi ragionevoli, per consentire comunque un sostegno dei militari e delle loro strutture, per chi è in difficoltà, o ammalato, o in uno stato di bisogno, in particolare i bambini. Anche se, in questa direzione, qualcosa si sta già facendo, e – se non fraintendo – gli altri contingenti fanno poco o nulla. E’ come se il ruolo e la presenza dei militari in Kosovo si giocasse anche qui. Cioè, una presenza un po’ diversa, e pertanto diversi comportamenti e opzioni, pur nella comprensibile rigidità che impongono le regole interne ai vari comandi. Dal colloquio intorno al tavolo si passa a quello, più informale, al bar, con un caffè e il televisore acceso sui mondiali di calcio. Qui un ufficiale si sbottona: il nostro compito – dice – non può limitarsi a dividere, a far da sentinelle, ma dovremmo anche unire. Ed un altro ritiene che sa un errore non piccolo quello di voler esportare un modello di democrazia, cioè il nostro, ad un paese con cultura e mentalità molto diverse. Mi dispiace che non ci sia il tempo; un’altra ora, e un altro caffè, e poi di sicuro verrebbero fuori pensieri e sentimenti genuini, forse cadrebbe anche il recinto di parole dette per necessità. Mentre bevo il caffè (macchiato), osservo il volto dei giovani militari. A cosa penseranno, realmente? Vivendo qui, accampati, recintati, si escluderanno dall’esperienza di vita di tanti altri giovani? Torneranno in Italia cambiati dentro, con quali domande, con quali dubbi? A proposito di dubbio, è arrivato il momento che io dica qualcosa sulla fede. In fondo, se in questo preciso momento mi trovo in Kosovo, è grazie a don Sandro, che mi ha provocato tanti anni fa a fare un cammino di fede. Non lo ringrazierò mai abbastanza, per questo. Eppure, sono ancora convinto che la fede e il dubbio vadano insieme. Chi crede – scriveva un giorno lo scrittore Erri De Luca – ammette il dubbio, sperimenta il bilico e l’equilibrio con la negazione lungo il suo tempo. Provo dunque simpatia per questi giovani in tuta mimetica. Provo simpatia per quelli, tra loro, che hanno la percezione della posta in gioco, e che, a momenti, magari sotto sforzo, dubitano. Si può, si deve, fronteggiare l’emergenza kosovara in un modo che non sia solo quello militare. Certo, non è facile. Occorre rischiare di persona. Non penso al rischiare solo in senso fisico, ma soprattutto a quello interiore. Penso a quei cristiani – e non sono pochi, purtroppo – che non imparano dagli eventi ordinari, a rituffarsi nel mondo, a uscire dalle sacrestie, e magari a mettersi a scuola anche di certi non credenti, a stupirsi davanti a certi particolari della loro vita. I veri non credenti siamo noi – rifletto mentre lasciamo il villaggio – quando, in nome di questa o quella fede, dimentichiamo la nostra comune umanità, dimentichiamo che tutti, in qualche modo, nei momenti più duri e aspri della nostra vita, preghiamo, tutti – come dice sempre De Luca – perdiamo dei pezzi nel vivere, conosciamo l’ansia, il dolore, la gioia.
Ci attende fuori il nostro autista, il nostro Schumacher kosovaro. Con quanta energia ci dà la mano, com’è bello il sorriso che mi rivolge! In una frazione di secondo penso al suo recente passato, alla sua decisione di lasciare la Germania, il lavoro, la stabilità, per tornare al suo paese, alla notizia dei genocidi, delle violenze. Per offrire la sua vita, da combattente uck, da partigiano diremmo noi, per la sua gente. Nel vangelo si sente che urge la scelta, la necessità di un cammino, il cui approdo è la croce. E’ necessario, dice Gesù. Anche per lui, per Afri, era necessario. E così per tanti altri. Sicuramente, ora è necessario cercare altre soluzioni, soluzioni non violente, e certamente è necessario partire dal basso, dalle necessità degli ultimi, come hanno compreso don Sandro e i suo collaboratori, ma va guardato con rispetto a chi ha comunque scelto di non restare indifferente. Qualcuno ricorda quale fu l’atteggiamento de governi europei?
Mentre ritorniamo a casa a Ferizaij e mentre Afri guida ai cento all’ora tra buche, carrettini, trattori, e noi osserviamo – quando ci è possibile – le mucche e le pecore che qua e là pascolano nei campi, ma qualche mucca viene a brucare al bordo della strada, la mente vaga, da un’immagine gioiosa ad una triste. Tra le immagini gioiose spicca quella di Zym, paese immerso nel verde, dove vive don Alberto Christa, simpaticissimo sacerdote kosovaro, che, per la prima volta da 65 anni, organizza la processione del Corpus Domini. Devo, per capire, per ricordare adeguatamente, chiudere gli occhi e fare silenzio. Mi tornano allora in mente dei versi, di Pasolini, dei versi in friulano, dove parla dei suoi borghi sotto i chiari monti. E confronta un freddo giorno di febbraio con un giorno di estate. E in mezzo alla campagna, che mistero di foglie! E’ proprio quello che sento. Che mistero di foglie, e di luce, e di trasparenza, in questo giorno! Tra parentesi, don Sandro mi ha invitato a portare il baldacchino durante la processione. Ed io, che di baldacchini non ho nessuna esperienza, sicuramente facevo un po’ fatica e, talvolta, lo tenevo troppo basso, così che pendeva dalla mia parte, o mi bloccavo nel camminare, e allora era tutto obliquo, di sghescio come si dice. E allora don Albert mi faceva, in silenzio, gesti eloquenti con la mano: su, su! Avanti, avanti!. Tra le immagini tristi, quella del monumento ai caduti, cui abbiamo reso omaggio e dove Don Sandro e l’Assessore Alida Nardini hanno deposto una corona di fiorni. Quanti visi di giovani, quasi di ragazzi, caduti per la libertà del loro paese! E sotto, i loro nomi: Naim Ibrahim, Besim smal, Bilall Ma, poco dopo, il sindaco inaugura un’opera di pace, su una collina che è nei pressi del monumento. Proprio lì, su quella terra dove si è combattuto, otto ettari saranno destinati ad un grande parco. Ci sarà una strada, sorgeranno un ristorante e altre strutture, per fare festa, pacificamente, senza esclusione di nessuna etnia o gruppo religioso! Infatti, da lì a poco un trattore Fiat-hitachi spiana la strada che dovrà attraversare il parco. Una prima pietra -meglio: un gigantesco pietrone – viene simbolicamente deposto, mentre salta il tappo dello spumante. Tutt’intorno, l’aria è profumata dalle conifere e dai tanti fiori.
L’ultima notte, prima di dormire, ripenso alle cose viste, alle persone incontrate. Tento di addormentarmi, ma non mi riesce. Verso le 10 e mezza il muezzin, nella vicina moschea, inizia la sua preghiera. A me sembra un lungo, un mesto lamento, ma forse è tutt’altra cosa! Ascolto in religioso silenzio. Nel silenzio affiora una domada: ce la farà il Kosovo? Si troverà gente disposta a percorrere strade nuove, strade di vera pace? Naturalmente, il primo pensiero va al mio amico parroco, e va anche alle simpatiche e generose amiche di Nogarole, piccolo comune veneto, che hanno lavorato con i bambini delle loro scuole, perché potesse sorgere qui, proprio fra i più poveri, una scuola, un centro, e hanno reso possibile finanziamenti per un progetto. Infine, penso al comune di Terni, che si gemellato con Ferzaij, e che sta mettendo in cantieri diverse iniziative di aiuto e di scambio.
La risposta la dà – almeno così mi sembra, lo stesso don Sandro, nella sua omelia, poche ore prima di partire. “Dio – dice – prende un piccolo ramoscello, e lo fa diventare una grande pianta. Anche Gesù, nelVangelo di Marco, prende un seme, e il seme diventa una pianta. Anche noi abbiamo iniziato da cose piccole, dai piccoli. Temevamo di non farcela, non ce l’ avremmo fatta, senza la vostra collaborazione, la vostra accoglienza. E’ il Signore che ha fatto tutto, tramite noi e voi. Pertanto, solo questo: impegnatevi a essere luce in questo paese, siate il piccolo seme, ricordatevi dei più poveri tra di voi. E ricordate, come dice San Pietro, che Dio non fa preferenze di persone, ma chiunque pratica la giustizia e la carità è da Lui accetto, è a Lui gradito.Amate ogni uomo, ogni uomo, non importa di quale religione, etnia o condizione sociale, è il nostro prossimo.”
L’ultima, davvero l’ultima immagine che vorrei portare con me è quella di un giorno di festa – credo fosse una sorta di carnevale – e la città, e ogni via, ogni vicolo brulicavano di bambini e di ragazzi e ragazze. Erano sciami di bambini e giovani, come non avevo visto mai nella mia vita! E tutti, chi in maschera (una mascherina da due soldi), e chi con abiti normali, un pantalone, una camicetta. Qualche anziano – ma pochi, e radi – osservava il tutto, con abiti più scuri e il tradizionale copricapo bianco albanese. Un paio di bimbi corrono, ridendo. Non si fa più caso alle buche, alle case ancora precarie. Si guarda, e ci si rallegra.
Parto dal Kosovo così, grato, felice, e con una certezza nel cuore: Il Kosovo ce la farà, perchè una popolazione così giovane, così fresca, non può non farcela. E poi: tra questo mare di ragazzi e ragazzine, si troveranno indubbiamente dei ‘ramoscelli’, dei ‘semi’. Come dubitarne?


Sergio Bertocchi – Bologna 19 giugno 2006

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